Dal Fronte · 2026-09-25
Ungheria 1956: il PCI e la responsabilità del sostegno a Mosca
di La redazione
Il prossimo 23 ottobre ricorreranno settant’anni dall’inizio della rivolta ungherese del 1956. Per la sinistra italiana è un anniversario che impone un confronto con i documenti: il PCI di Palmiro Togliatti sostenne l’intervento sovietico contro un movimento che chiedeva libertà politiche e indipendenza nazionale. La contraddizione fu netta: un partito protagonista della democrazia costituzionale italiana difese, all’estero, la repressione esercitata da una potenza comunista.
La sollevazione cominciò a Budapest il 23 ottobre. Il 4 novembre l’Unione Sovietica avviò l’offensiva decisiva per schiacciarla. Il governo di Imre Nagy venne rovesciato; Nagy fu successivamente processato e giustiziato nel 1958. Sono passaggi storici accertati, non interpretazioni di parte. La dirigenza del PCI lesse invece la crisi attraverso la fedeltà al blocco sovietico e la categoria della controrivoluzione, legittimando l’uso della forza.
Il mondo del lavoro e della cultura non reagì in modo uniforme. Il 27 ottobre 1956 la segreteria della CGIL espresse una condanna dei metodi antidemocratici e dell’intervento di truppe straniere. Giuseppe Di Vittorio manifestò una posizione critica, entrando in contrasto con l’orientamento del vertice comunista. Il Manifesto dei 101, sottoscritto da intellettuali comunisti, contestò a sua volta la lettura ufficiale della rivolta. Anche per questo, attribuire alla sinistra una posizione indistinta cancellerebbe proprio il coraggio di chi dissentì.
La responsabilità politica del gruppo dirigente del PCI rimane: davanti alla prova concreta della libertà di un altro popolo, la solidarietà con Mosca prevalse. Ricordare il contributo dei comunisti alla Resistenza e alla Repubblica non assolve quella scelta; documentare quella scelta non cancella gli altri capitoli della storia nazionale.
Il PD, nato nel 2007 dall’incontro di tradizioni differenti, non coincide con il PCI; il M5S non ne è l’erede storico. Non esistono colpe ereditarie. Esiste però un dovere di chiarezza per chi richiama quella tradizione: riconoscere senza attenuanti che a Budapest il potere sovietico soffocò la libertà, e che il maggiore partito comunista dell’Europa occidentale lo sostenne.