Dal Fronte · 2026-10-02

Turandot, cent’anni dalla prima alla Scala nel 1926

di La redazione

Il 2026 segna i cento anni dalla prima rappresentazione di Turandot, andata in scena al Teatro alla Scala di Milano il 25 aprile 1926 sotto la direzione di Arturo Toscanini. Non soltanto un anniversario musicale: l’ultima opera di Giacomo Puccini mostra come un lavoro rimasto incompiuto possa diventare parte stabile della cultura mondiale.

Puccini morì a Bruxelles il 29 novembre 1924, lasciando irrisolta la conclusione della partitura. Il libretto, firmato da Giuseppe Adami e Renato Simoni, deriva dalla fiaba teatrale di Carlo Gozzi. Nella Pechino immaginaria del racconto, la principessa Turandot impone tre enigmi ai pretendenti: chi fallisce viene condannato a morte. Il principe Calaf accetta la prova, mentre Liù, figura centrale nella drammaturgia pucciniana, incarna una fedeltà spinta fino al sacrificio.

Il nodo musicale rimase la trasformazione conclusiva di Turandot e il suo incontro amoroso con Calaf. Il completamento fu affidato a Franco Alfano, che lavorò sui materiali lasciati dal compositore. Alla prima assoluta Toscanini interruppe l’esecuzione dopo la morte di Liù, nel punto in cui terminava la musica compiuta da Puccini. Il finale di Alfano, nella forma abbreviata legata agli interventi di Toscanini, entrò poi nella consuetudine teatrale.

La popolarità di Nessun dorma ha portato Turandot ben oltre il pubblico dell’opera. Ma ridurre il titolo alla celebre aria significa perdere la forza dei cori, il peso dell’orchestra e il contrasto fra spettacolo collettivo e sofferenza individuale. L’ambientazione orientale appartiene all’immaginazione teatrale europea: non va scambiata per un ritratto documentario della Cina.

Il centenario offre dunque un’occasione concreta: tornare all’opera intera, attraverso l’ascolto, la lettura del libretto e il confronto fra interpretazioni. Il melodramma italiano non è soltanto una raccolta di motivi famosi. È una tradizione che richiede cantanti, orchestre, cori, maestranze e teatri capaci di trasmetterla. Difenderne il valore significa mantenere vive queste competenze, insieme alla conoscenza delle opere.

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