Dal Fronte · 2026-09-28
Sacco, la poltrona del 1968 che innovò il design italiano
di La redazione
Una poltrona senza gambe, senza schienale rigido e senza una posizione obbligata. Nel 1968 Piero Gatti, Cesare Paolini e Franco Teodoro progettarono Sacco per Zanotta. Il risultato fu un oggetto immediatamente riconoscibile, nato da una domanda concreta: perché deve essere il corpo ad adattarsi alla seduta, e non il contrario?
La risposta era una costruzione essenziale. Un involucro flessibile conteneva piccole sfere di polistirene espanso, capaci di spostarsi sotto il peso della persona. Non occorreva un meccanismo per modificare l’inclinazione: era la distribuzione dell’imbottitura a dare forma al sostegno. La poltrona acquistava così un assetto diverso a seconda di come veniva utilizzata.
La novità non consisteva semplicemente nell’eliminare le gambe. Sacco metteva in discussione la distinzione tradizionale tra sedile, schienale e braccioli. Queste parti non erano più elementi separati di un telaio, ma funzioni assunte da un unico volume deformabile. Anche quando restava vuota, la seduta conservava un aspetto irregolare, lontano dalla geometria composta delle poltrone convenzionali.
Dietro quella semplicità c’era un passaggio decisivo: trasformare un’intuizione in un prodotto realizzabile in serie. Il contenitore, le cuciture e l’imbottitura dovevano lavorare insieme. È uno dei tratti distintivi del miglior design italiano: l’incontro fra progettisti e imprese capaci di tradurre un esperimento in un oggetto utilizzabile, senza cancellarne l’originalità.
Sacco fa parte della collezione del Museum of Modern Art di New York. La sua presenza in un museo dedicato all’arte moderna documenta il rilievo culturale raggiunto da un prodotto domestico italiano. Ma la ragione del suo interesse resta comprensibile anche senza una didascalia: basta osservare come cambia forma quando qualcuno si siede.
Non tutte le innovazioni richiedono un motore o un circuito. A volte nascono dal ripensamento di un gesto quotidiano. Sacco racconta questa capacità italiana: riconoscere una possibilità dentro materiali disponibili e darle una forma nuova, sostenuta dalla competenza industriale. Un patrimonio da valorizzare attraverso la qualità dei prodotti e il riconoscimento di chi li progetta.