Dal Fronte · 2026-09-28
Pipistrello: la lampada di Gae Aulenti del 1965
di La redazione
Ci sono lampade che cercano di scomparire e altre che diventano protagoniste della stanza. La Pipistrello appartiene alla seconda famiglia. Disegnata nel 1965 da Gae Aulenti e prodotta da Martinelli Luce, ha una sagoma inconfondibile: una base slanciata, un fusto telescopico e un ampio diffusore bianco, le cui curve richiamano le ali dell’animale da cui prende il nome.
Non è soltanto un esercizio di fantasia. La forma nasce dall’incontro fra una precisa ricerca espressiva e soluzioni costruttive concrete. Il diffusore è in metacrilato opalino, materiale che lascia passare la luce attenuando la vista diretta delle sorgenti. Il sistema telescopico in acciaio inossidabile permette di modificare l’altezza della lampada: una caratteristica che ne cambia le proporzioni e il rapporto con gli arredi circostanti.
Aulenti, architetto e progettista, affronta così un oggetto domestico con un’attenzione che riguarda l’intero ambiente. La Pipistrello non vale soltanto per la luce che emette. La base, il tratto metallico e la copertura ondulata costruiscono una presenza riconoscibile anche quando l’interruttore è spento. È una piccola architettura, prima ancora che un accessorio.
Decisivo è anche il ruolo dell’impresa. Martinelli Luce, fondata a Lucca da Elio Martinelli, traduce il disegno in un prodotto. Dietro l’apparente semplicità della sagoma ci sono la lavorazione dei materiali, la realizzazione del diffusore e l’integrazione del meccanismo di regolazione. È il passaggio che distingue un’intuizione riuscita da una creazione industriale: rendere riproducibile una forma senza svuotarla della sua identità.
Nel tempo la famiglia Pipistrello si è ampliata con dimensioni e soluzioni luminose differenti, comprese versioni a LED. Per questo è importante distinguere il progetto originario dalle sue successive interpretazioni, senza attribuire al modello del 1965 le caratteristiche delle varianti più recenti.
La sua lezione resta concreta: il design italiano dà il meglio quando invenzione formale e competenza produttiva procedono insieme. Non basta un nome suggestivo, né una silhouette insolita. Servono un progettista capace di vedere oltre l’oggetto e un’industria capace di costruirlo.