Dal Fronte · 2026-10-01
Pantelleria, la vite ad alberello patrimonio UNESCO
di La redazione
PANTELLERIA — L’autunno e la stagione delle vendemmie riportano l’attenzione su un patrimonio italiano che non si conserva nelle teche: la conoscenza necessaria a coltivare una terra difficile. A Pantelleria, tra Sicilia e Tunisia, la pratica agricola della vite ad alberello è iscritta dal 2014 nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’UNESCO. Al centro del riconoscimento non c’è una bottiglia, ma il sapere di una comunità.
La tecnica risponde alle condizioni dell’isola, segnate dal vento e dalla scarsità d’acqua. Il terreno viene preparato scavando una conca nella quale collocare la pianta. La vite è potata e allevata bassa, con una disposizione radiale dei rami; la cavità viene mantenuta e rimodellata nel tempo. Questa sistemazione contribuisce a proteggere la pianta e a valorizzare le risorse disponibili. La raccolta dei grappoli avviene a mano.
È importante distinguere la pratica dal prodotto. Lo Zibibbo, nome con cui è conosciuto il Moscato d’Alessandria, è strettamente legato alla viticoltura pantesca e alla produzione del passito. L’iscrizione UNESCO, però, riguarda le conoscenze e le abilità della coltivazione tradizionale: non equivale a una denominazione d’origine e non certifica automaticamente la qualità di ogni vino commercializzato sull’isola.
La scheda UNESCO sottolinea la trasmissione del sapere attraverso l’esperienza diretta e l’insegnamento tra generazioni. Imparare significa osservare il terreno, eseguire una potatura, curare la conca, riconoscere i tempi della pianta. Anche i momenti comunitari legati alla coltivazione e alla vendemmia concorrono a mantenere viva questa eredità.
Il punto culturale è concreto: un paesaggio agricolo non sopravvive soltanto perché viene fotografato. Ha bisogno di persone capaci di lavorarlo e di condizioni che rendano possibile continuare a farlo. Per l’Italia, tutelare queste competenze significa difendere una parte della propria identità produttiva. Il riconoscimento internazionale ne attesta il valore; la continuità dipende dal lavoro quotidiano, dalla formazione e dal passaggio delle conoscenze a chi verrà dopo.