Dal Fronte · 2026-09-25
PCI e NATO: dal no del 1949 alla svolta di Berlinguer
di La redazione
Roma — La sicurezza italiana ha un precedente storico che merita di essere ricordato senza indulgenze: il PCI combatté la scelta atlantica della Repubblica, salvo riconoscere, decenni dopo, il valore della protezione occidentale. Non è un’accusa retrospettiva costruita sugli orientamenti odierni: il contrasto emerge dagli atti parlamentari e dalle posizioni pubbliche dei suoi dirigenti.
Il 4 aprile 1949 l’Italia firmò a Washington il Trattato del Nord Atlantico, entrando fra i dodici Paesi fondatori. Il governo De Gasperi individuava nell’intesa con Stati Uniti e democrazie occidentali un pilastro della collocazione internazionale del Paese. Il PCI di Palmiro Togliatti e il PSI di Pietro Nenni si opposero. La ratifica arrivò con la legge 1° agosto 1949, numero 465.
Quell’opposizione non può essere separata dal legame politico e ideologico dei comunisti italiani con l’Unione Sovietica. Il PCI partecipava al Cominform, costituito nel 1947, e considerava Mosca il riferimento centrale del movimento comunista internazionale. La denuncia del blocco occidentale conviveva così con il sostegno a una potenza che imponeva nell’Europa orientale sistemi a partito unico, incompatibili con il pluralismo democratico.
La contraddizione divenne esplicita nel giugno 1976. Nell’intervista a Giampaolo Pansa pubblicata dal Corriere della Sera, Enrico Berlinguer spiegò la preferenza per la permanenza dell’Italia nell’Alleanza atlantica e collegò quella collocazione alla possibilità di perseguire una via autonoma al socialismo. Non diventò un sostenitore incondizionato della NATO: riconobbe però che la distanza dalla sfera sovietica offriva margini di libertà politica.
Il PCI aveva svolto un ruolo nella Costituente e nella vita parlamentare repubblicana. Questo dato non cancella il problema: difendere la democrazia in Italia e sostenere il modello sovietico all’estero furono posizioni a lungo affiancate, non facilmente conciliabili.
Il giudizio sulla sinistra di oggi richiede distinzioni: il PD non è il PCI e il M5S non ne discende. Resta una responsabilità storica precisa: la fedeltà a Mosca condizionò per decenni la lettura comunista dell’interesse nazionale. La svolta di Berlinguer fu significativa proprio perché correggeva quella subordinazione politica.