Dal Fronte · 2026-09-28
Monte Vodice: la vittoria italiana del maggio 1917
di La redazione
Il 18 maggio 1917 le truppe italiane conquistarono il Monte Vodice, una delle posizioni fortificate austro-ungariche sul medio Isonzo, oggi in territorio sloveno. Fu un successo della decima battaglia dell’Isonzo: una vittoria circoscritta, ma concreta, ottenuta contro un avversario protetto dal terreno e da sistemazioni difensive preparate nel tempo.
Il Vodice apparteneva al sistema di alture che dominava il settore di Plava, insieme al vicino Monte Kuk e al Monte Santo. In questo tratto del fronte, il possesso delle quote consentiva di osservare gli spostamenti nemici e dirigere il tiro dell’artiglieria. Attaccarle significava avanzare su pendii esposti, contro trincee, reticolati e postazioni scavate nella roccia. La geografia era parte integrante della difesa.
A guidare la 53ª Divisione italiana era il generale Maurizio Ferrante Gonzaga. Nelle operazioni di maggio, i suoi reparti riuscirono a impadronirsi del Vodice e a mantenerlo nonostante i contrattacchi austro-ungarici. La conquista non terminava infatti con l’arrivo sulla sommità: occorreva riorganizzare le unità, garantire i collegamenti e trasformare le posizioni appena occupate in una linea capace di resistere.
Per la condotta tenuta durante quei combattimenti, Gonzaga ricevette la medaglia d’oro al valor militare. Il riconoscimento lega il suo nome alla battaglia, ma il risultato fu opera collettiva: fanti impegnati negli assalti, artiglieri, uomini del genio e militari addetti a rifornimenti e comunicazioni. Su quel terreno, anche portare munizioni e acqua in prima linea era essenziale alla tenuta dei reparti.
Il successo sul Vodice non provocò il crollo del fronte avversario. La decima battaglia dell’Isonzo rimase un’offensiva dagli esiti limitati rispetto agli obiettivi e dal costo umano elevato. Distinguere il risultato locale dall’andamento complessivo delle operazioni non diminuisce il valore di chi combatté: permette di riconoscerlo con precisione.
Il Vodice merita dunque un posto nella memoria militare italiana. Non come scorciatoia verso una narrazione trionfale, ma come esempio di una posizione conquistata e difesa con capacità di comando, coordinamento e tenacia. Ricordare quei soldati significa custodire la storia nazionale senza separare l’onore delle armi dalla verità dei fatti.