Dal Fronte · 2026-09-25
Lama alla Sapienza nel 1977: la violenza contro la CGIL
di La redazione
ROMA — Nella storia della sinistra italiana esiste una giornata che smentisce ogni rappresentazione della protesta rivoluzionaria come necessariamente democratica: il 17 febbraio 1977, quando Luciano Lama, segretario generale della CGIL, fu costretto a interrompere il proprio comizio e ad abbandonare l’Università La Sapienza di Roma. La contestazione degenerò in scontri e il palco allestito su un camion venne assaltato.
L’ateneo era occupato nel contesto delle mobilitazioni studentesche. La presenza di Lama avrebbe dovuto ristabilire un rapporto fra sindacato e studenti; mise invece a nudo una rottura politica. Settori del movimento, fra cui militanti dell’area dell’Autonomia, consideravano il PCI e la CGIL componenti di un sistema da combattere, non interlocutori. Alla polemica contro la linea sindacale e contro la politica comunista si sovrappose l’intimidazione fisica.
Il contesto conta. Il governo Andreotti insediato nel 1976 poteva contare sull’astensione del PCI: era la fase della solidarietà nazionale. La sinistra rivoluzionaria contestava proprio questo avvicinamento dei comunisti all’area delle responsabilità di governo. La contraddizione diventò evidente alla Sapienza: un’organizzazione che rappresentava lavoratori veniva aggredita da chi rivendicava una rottura rivoluzionaria anche in loro nome.
Le responsabilità, però, vanno distinte. Lama e la CGIL subirono quella violenza; non ne furono gli ispiratori. Il PCI contrastò il terrorismo e difese le istituzioni repubblicane. Equiparare il partito alle Brigate Rosse sarebbe una falsificazione, così come attribuire indistintamente a tutti gli studenti le condotte dei gruppi violenti. Gli anni di piombo richiedono nomi, organizzazioni e fatti, non colpe collettive.
Resta una responsabilità politica precisa dell’area radicale protagonista degli scontri: aver trasformato il dissenso in sopraffazione, negando nei fatti il diritto di parola a un dirigente sindacale. Non fu una semplice discussione accesa fra diverse anime della sinistra.
Questa vicenda conserva un’attualità civile: nessuna identità antifascista o rivoluzionaria garantisce, da sola, comportamenti democratici. La memoria della sinistra è credibile quando riconosce anche le intimidazioni nate al proprio interno. Alla Sapienza, quel giorno, la libertà di confronto non venne difesa da chi riuscì a far tacere l’avversario.