Dal Fronte · 2026-09-26

Geroglifici, il 27 settembre e la svolta di Champollion

di La redazione

Il 27 settembre 1822 Jean-François Champollion presentò all’Académie des inscriptions et belles-lettres di Parigi i risultati delle sue ricerche sulla scrittura egizia, esposti nella celebre Lettre à M. Dacier. L’anniversario richiama una delle svolte decisive della conoscenza storica: i geroglifici, per secoli sostanzialmente indecifrabili, tornarono progressivamente a essere testi leggibili, non soltanto immagini da ammirare.

Al centro della vicenda c’è la stele di Rosetta, rinvenuta nel 1799 durante la spedizione francese in Egitto e oggi conservata al British Museum. La pietra reca un decreto sacerdotale del 196 avanti Cristo in tre scritture: geroglifica, demotica e greca. La distinzione conta: non sono tre lingue diverse, perché geroglifico e demotico rappresentano entrambi l’egiziano. Il greco forniva un punto di confronto comprensibile agli studiosi.

La soluzione non arrivò con una semplice sostituzione di simboli con lettere. Champollion, anche grazie alla conoscenza del copto, comprese il ruolo fondamentale dei suoni nel sistema geroglifico. I segni potevano indicare suoni, parole oppure contribuire a precisarne il significato. I nomi dei sovrani racchiusi nei cartigli offrirono indizi importanti, mentre studiosi come Thomas Young avevano già compiuto passi significativi. La decifrazione fu dunque una conquista costruita attraverso confronti, intuizioni e verifiche.

Per l’Italia questa storia ha un riferimento concreto nel Museo Egizio di Torino, fondato nel 1824. Le sue raccolte permettono di incontrare una civiltà attraverso statue e corredi funerari, ma anche documenti scritti, titoli, formule religiose e testimonianze della vita quotidiana. Leggere un’iscrizione significa poter distinguere una persona, una funzione o una credenza: informazioni che la sola forma dell’oggetto non restituisce.

La lezione resta attuale. Tutelare il patrimonio non significa soltanto conservarne la materia o aumentarne la visibilità. Servono competenze linguistiche, ricerca e strumenti capaci di rendere comprensibili i reperti senza banalizzarli. Per un Paese che custodisce collezioni di rilievo mondiale, sostenere questo sapere è una responsabilità culturale precisa: trasformare la conservazione in conoscenza trasmissibile.

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