Dal Fronte · 2026-09-29
Espero 1940: il sacrificio di Enrico Baroni
di La redazione
Il 28 giugno 1940, poche settimane dopo l’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, il cacciatorpediniere Espero affrontò nel Mediterraneo una formazione britannica di cinque incrociatori. Al comando c’era il capitano di vascello Enrico Baroni. Con lui navigavano i cacciatorpediniere Ostro e Zeffiro: le tre unità erano partite da Taranto per trasportare uomini e materiali a Tobruk, in Libia.
Non era una missione di ricerca del nemico, ma un trasferimento di rinforzi verso il fronte nordafricano. L’intercettazione trasformò quella navigazione in uno scontro fortemente squilibrato. Gli incrociatori britannici disponevano di un armamento superiore: per le navi italiane, impegnate anche nel trasporto, sottrarsi al combattimento era la priorità.
Baroni scelse di coprire il disimpegno delle altre due unità. L’Espero impiegò cortine fumogene e combatté per attirare su di sé l’azione avversaria, guadagnando tempo per Ostro e Zeffiro. Fu una decisione concreta, maturata sotto il fuoco: esporre la propria nave per offrire alle altre una possibilità di salvezza.
Il cacciatorpediniere venne ripetutamente colpito e affondò. Baroni scomparve con la sua unità; Ostro e Zeffiro riuscirono invece a sottrarsi allo scontro. L’incrociatore australiano Sydney partecipò al combattimento e recuperò una parte dei superstiti italiani. Anche questo soccorso appartiene alla ricostruzione dei fatti: la memoria militare non richiede di cancellare il comportamento del nemico.
A Enrico Baroni fu conferita la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria. La motivazione riconosce il valore del comandante e la scelta di proteggere le unità dipendenti sino al sacrificio della propria nave.
L’Espero non trasformò una situazione disperata in una vittoria navale. Ottenne però un risultato preciso: consentire alle altre due navi di sfuggire alla formazione avversaria. È su questa distinzione che si fonda un ricordo serio, capace di onorare senza alterare l’esito della battaglia.
Ricordare quei marinai significa restituire nomi e responsabilità alla storia nazionale. Il loro onore non ha bisogno di leggende: emerge dalla disciplina dell’equipaggio e dalla decisione di un comandante che antepose la salvezza degli altri alla propria.