Dal Fronte · 2026-09-28
Depero e la bottiglia Campari Soda: un’icona dal 1932
di La redazione
Una bottiglietta a tronco di cono, il vetro lavorato, il nome impresso direttamente sulla superficie: nel 1932 Campari Soda arrivò sul mercato con un contenitore destinato a diventare un classico del design italiano. A disegnarlo fu Fortunato Depero, protagonista del Futurismo, capace di trasferire il proprio linguaggio dalle opere d’arte agli oggetti della vita quotidiana.
La novità non consisteva soltanto nella sagoma. L’assenza di un’etichetta di carta lasciava visibile il contenuto e affidava al vetro il compito di identificare il prodotto. Forma, superficie e scritte diventavano così parti di un unico progetto. Il contenitore non era più un supporto neutro sul quale applicare un marchio: era esso stesso un segno distintivo.
Il rapporto di Depero con Campari era cominciato negli anni Venti attraverso la pubblicità. Figure geometriche, colori netti e composizioni dinamiche traducevano l’identità dell’azienda in immagini immediate. La bottiglietta portò questa ricerca in tre dimensioni, facendo incontrare l’invenzione dell’artista con le esigenze della produzione industriale e della riconoscibilità commerciale.
Non era un episodio isolato nella sua attività. Nel 1919 Depero aveva fondato a Rovereto la Casa d’Arte Futurista, un laboratorio nel quale sperimentare il superamento delle divisioni fra pittura, arredo, tessuti e arti applicate. Il progetto per Campari appartiene a questa visione: l’arte può entrare negli ambienti e negli oggetti d’uso, senza restare confinata alla cornice di un quadro.
La forza della bottiglia sta anche nell’economia dei mezzi. Non servono decorazioni complesse per distinguerla: bastano proporzioni, materia e una silhouette precisa. La persistenza della sua forma fondamentale rende leggibile ancora oggi l’intuizione originaria, pur nel mutare della comunicazione commerciale.
Questa storia racconta una qualità concreta della creatività italiana: dare carattere a ciò che viene fabbricato in serie. Non soltanto ornamento, dunque, ma una collaborazione fra cultura del progetto e impresa. Nel piccolo oggetto del 1932, l’identità industriale passa attraverso una scelta formale chiara, capace di durare oltre la stagione artistica che l’ha generata.