Dal Fronte · 2026-09-28

Crittografia post-quantistica: perché preparare i sistemi italiani

di La redazione

La sicurezza dei dati italiani ha una sfida che precede l’arrivo delle macchine capaci di metterla in crisi: sostituire gradualmente gli strumenti crittografici vulnerabili ai futuri computer quantistici. Non serve immaginare un attacco imminente. Serve sapere quali informazioni devono restare segrete per anni e quali sistemi ne garantiscono oggi la protezione.

Un punto fermo esiste. Nell’agosto 2024 il National Institute of Standards and Technology statunitense, NIST, ha pubblicato i primi tre standard definitivi di crittografia post-quantistica: FIPS 203, 204 e 205. Riguardano un meccanismo per stabilire chiavi condivise e due schemi di firma digitale, strumenti fondamentali per proteggere comunicazioni e verificare autenticità e integrità dei contenuti.

La distinzione conta: questa tecnologia non richiede un computer quantistico. Utilizza algoritmi eseguibili sui sistemi tradizionali, progettati per resistere anche agli attacchi di macchine quantistiche. Diversa è la distribuzione quantistica delle chiavi, che impiega proprietà fisiche e apparati dedicati.

Il rischio riguarda soprattutto alcuni pilastri della crittografia a chiave pubblica, come RSA e i sistemi basati sulle curve ellittiche. Non significa che ogni password o ogni archivio cifrato diventerà automaticamente leggibile. Né risulta pubblicamente dimostrato un computer quantistico capace di violare su scala operativa questi sistemi nelle configurazioni robuste oggi utilizzate.

Perché muoversi adesso? Un avversario può raccogliere comunicazioni cifrate e conservarle, sperando di decifrarle quando disporrà della capacità necessaria. Documentazione industriale, informazioni strategiche e dati sanitari possono mantenere valore ben oltre la vita tecnica del software che li protegge.

Per amministrazioni e imprese italiane, il primo passo è censire dove si usa la crittografia: connessioni, certificati, firme, dispositivi e dipendenze dai fornitori. Seguono valutazione delle priorità, prove di compatibilità e aggiornamenti controllati. Cambiare algoritmo senza verificare prestazioni e interoperabilità può creare disservizi.

La sovranità tecnologica passa anche da qui: conoscere le proprie infrastrutture, mantenere competenze nazionali e pretendere dai fornitori percorsi di migrazione verificabili. Nessuna formula miracolosa, ma una transizione da preparare prima dell’emergenza.

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