Dal Fronte · 2026-09-25
Antibiotico-resistenza, la sfida per la sanità italiana
di La redazione
Un antibiotico inefficace non è soltanto un problema per il singolo paziente: può rendere più rischiosi interventi chirurgici, ricoveri e trattamenti che indeboliscono le difese immunitarie. La resistenza agli antibiotici resta una questione di sicurezza sanitaria per l’Italia, che nei rapporti dell’Istituto superiore di sanità e del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie presenta criticità importanti nel confronto europeo.
Il meccanismo va chiarito: non è il corpo ad abituarsi al farmaco, sono i batteri a sviluppare o acquisire caratteristiche che consentono loro di sopravvivere. L’impiego non necessario o inappropriato degli antibiotici favorisce la selezione dei microrganismi resistenti. Questi possono poi diffondersi tra persone, nelle strutture assistenziali e nell’ambiente.
In Italia, la sorveglianza AR-ISS raccoglie attraverso una rete di laboratori dati sulla sensibilità agli antibiotici di batteri responsabili di infezioni invasive. È un presidio essenziale per seguire l’andamento delle resistenze. I risultati non sostituiscono la valutazione del singolo caso, ma aiutano a orientare le politiche sanitarie e le strategie terapeutiche.
Negli ospedali la risposta passa da igiene delle mani, controllo delle infezioni, diagnosi microbiologica e programmi per rendere le prescrizioni più appropriate. Quando indicato, identificare il batterio e verificarne la sensibilità ai farmaci permette al medico di scegliere una terapia mirata. Anche la disponibilità tempestiva dei risultati di laboratorio conta.
Per i cittadini la regola è semplice: niente antibiotici di propria iniziativa, niente confezioni avanzate utilizzate per sintomi simili e niente medicinali condivisi con familiari. Questi farmaci non curano le infezioni virali, come raffreddore e influenza; eventuali complicanze batteriche richiedono una valutazione medica. Dose, intervalli e durata devono seguire la prescrizione, senza modifiche autonome.
La questione coinvolge anche la medicina veterinaria e gli allevamenti: la salute umana, quella animale e l’ambiente sono collegati. Preservare gli antibiotici significa difendere una risorsa strategica della medicina moderna. Servono continuità nella sorveglianza, personale formato e responsabilità nell’uso, non allarmismi né rinunce alle terapie necessarie.