Dal Fronte · 2026-09-25
Amnistia del 1946: Togliatti e le responsabilità del PCI
di La redazione
ROMA — Nel 2026 ricorrono ottant’anni dall’amnistia promossa da Palmiro Togliatti, segretario del PCI e ministro della Giustizia nel governo De Gasperi. È un passaggio che impedisce di raccontare la sinistra comunista soltanto come custode dell’intransigenza antifascista: anche il suo massimo dirigente contribuì a una scelta che ridusse concretamente la punizione di responsabilità maturate sotto il fascismo e durante la guerra civile.
Il provvedimento è il decreto presidenziale 22 giugno 1946, n. 4, contenente l’amnistia e l’indulto per reati comuni, politici e militari. Arrivò poche settimane dopo il referendum istituzionale, nel difficile passaggio alla Repubblica. La finalità era favorire la pacificazione nazionale e il ritorno alla normalità dopo dittatura, occupazione e guerra. Non si trattava di una decisione clandestina del partito, ma di un atto del governo, del quale Togliatti assunse una precisa responsabilità politica.
La misura prevedeva esclusioni per responsabilità elevate e fatti particolarmente gravi. Tuttavia, l’applicazione giudiziaria, anche attraverso interpretazioni estensive delle possibilità di beneficiare dell’amnistia, ne ampliò gli effetti. Numerosi imputati e condannati per vicende legate al fascismo e alla Repubblica sociale italiana ne beneficiarono. La distanza tra i limiti dichiarati e gli esiti concreti alimentò proteste e delusione negli ambienti partigiani.
La distinzione è essenziale: non ogni decisione dei tribunali può essere attribuita personalmente al ministro. Ma separare le competenze non significa cancellare la responsabilità di chi promosse lo strumento legislativo. La pacificazione ebbe un costo sul terreno della giustizia, e quel costo appartiene anche alla storia politica del PCI.
La lezione riguarda il metodo con cui la sinistra presenta il proprio passato. La partecipazione alla Resistenza non rende automaticamente inattaccabili tutte le successive scelte dei suoi dirigenti. Allo stesso tempo, questa vicenda non autorizza ad attribuire al PD o ai suoi alleati odierni decisioni prese prima della loro nascita. Impone qualcosa di più rigoroso: riconoscere protagonisti, obiettivi e conseguenze, senza trasformare la memoria antifascista in un’assoluzione permanente della propria tradizione politica.