Dal Fronte · 2026-09-28
Abiti invenduti: divieto UE per le grandi imprese
di La redazione
Per la moda europea, la gestione dell’invenduto non è più soltanto una questione di magazzino. Il regolamento UE 2024/1781 sull’ecoprogettazione fissa al 19 luglio 2026 l’avvio del divieto di distruzione dei prodotti di consumo invenduti elencati nel suo allegato VII: determinate categorie di abbigliamento, accessori e calzature. Alla data del 28 settembre, questa prima scadenza è dunque già trascorsa.
La distinzione decisiva riguarda le dimensioni aziendali. Il divieto interessa inizialmente le grandi imprese. Per le medie imprese il regolamento prevede l’applicazione dal 19 luglio 2030; microimprese e piccole imprese sono invece escluse da questo obbligo. Non è quindi corretto presentare la disposizione come uno stop identico e immediato per ogni negozio, laboratorio o produttore italiano.
Un altro punto importante è il significato di distruzione. La definizione europea comprende il danneggiamento intenzionale di un prodotto e il suo smaltimento come rifiuto, ma esclude la consegna effettuata al solo scopo di prepararlo per il riutilizzo, comprese operazioni di ricondizionamento o rifabbricazione. La norma, inoltre, non equivale a un obbligo generalizzato di donare gratuitamente tutti i capi rimasti in deposito.
Il testo prevede anche la possibilità di deroghe attraverso atti della Commissione, per ragioni circoscritte: fra queste, esigenze di salute, igiene e sicurezza oppure prodotti danneggiati che non possano essere riparati in modo economicamente sostenibile. Per le decisioni operative occorre quindi considerare anche le disposizioni attuative pertinenti, senza ridurre tutto a uno slogan.
Per l’Italia la questione è industriale. Produzione, distribuzione e commercio devono coordinare meglio quantità ordinate, resi, riparazioni e canali di rivendita. La capacità di conservare il valore di un capo può diventare un vantaggio per chi punta sulla qualità anziché sulla sostituzione continua.
La priorità deve essere un’applicazione chiara e controllabile, che rispetti le differenze tra imprese e non scarichi nuovi costi sui piccoli operatori esclusi dal divieto. Difendere la moda italiana significa anche evitare che materiali, competenze e lavoro finiscano distrutti senza necessità.