politica · 2025-03-18
Grande Oriente d'Italia: Silverio Magno e la contesa nel GOI
di Andrea Della Giustina
Un conflitto interno che scuote il Grande Oriente
Un terremoto istituzionale sta scuotendo la più grande obbedienza massonica italiana, il Grande Oriente d'Italia (GOI). Al centro della contesa c'è Silverio Magno, notaio messinese di 60 anni e già presidente del Consiglio Notarile di Messina, noto in ambito massonico per le sue posizioni critiche. Già nel 2014 Magno si era candidato nella tornata elettorale interna sfidando Stefano Bisi (poi eletto Gran Maestro), e nel 2024 è tornato alla ribalta sostenendo la candidatura alternativa di Leo Taroni, imprenditore ravennate, alla guida del GOI. Magno, che in quell'occasione concorreva alla carica di Grande Oratore, ha fornito un sostanziale appoggio a Taroni, avversario di Seminario.
La vicenda, solitamente confinata nel riserbo delle logge, è presto deflagrata in pubblico dominio. Già nel marzo 2024 la rivista L'Espresso descriveva questa contesa come una vera "guerra del Grande Oriente", segnata da veleni interni, espulsioni e accuse incrociate di brogli. Le elezioni per il rinnovo della Gran Maestranza tenutesi a marzo 2024 hanno visto contrapposti due schieramenti: da un lato Antonio Seminario, cosentino e delfino del Gran Maestro uscente Bisi, sostenuto dalla maggioranza delle logge meridionali; dall'altro Taroni, appoggiato da numerose logge del Nord e da chi chiedeva più trasparenza e una linea dura contro le infiltrazioni mafiose.
Il risultato iniziale dello scrutinio dava Taroni in vantaggio di 15 voti su Seminario (6482 a 6467). Ma durante la notte dello spoglio la Commissione Elettorale nazionale del GOI ha invalidato 245 schede -- di cui ben 139 a favore di Taroni -- a causa della mancata rimozione del "talloncino antifrode" sulle schede stesse. Questa procedura, non prevista esplicitamente dalle norme interne, ha ribaltato l'esito: senza quelle preferenze invalidate, Seminario è risultato vincitore con 6368 voti, cioè 26 voti in più rispetto a Taroni. È su questa controversa decisione che si sono concentrate le accuse di broglio: secondo Taroni e i suoi, si trattava di un'irregolarità priva di base regolamentare, potenzialmente mirata a favorire un candidato a scapito dell'altro. Ne è seguita una vera e propria guerra di carte bollate, con ricorsi incrociati presentati al Tribunale civile di Roma già dal giorno successivo alla proclamazione del risultato.
Dopo alcuni rigetti iniziali, a fine ottobre 2024 il giudice della sedicesima sezione civile di Roma, Maurizio Manzi, ha emesso un'ordinanza destinata a fare storia: ha sospeso l'elezione di Seminario a Gran Maestro, rilevando l'illegittimità dell'annullamento di quei voti taroniani. Nelle motivazioni il magistrato sottolinea che nessuna disposizione del GOI prevede l'invalidazione di una scheda per il talloncino antifrode non rimosso, errore imputabile semmai ai membri dell'ufficio elettorale e non all'elettore. Pertanto, spiega il giudice, "deve essere privilegiato il favor voti, non potendo essere rimessa alla condotta dei componenti del singolo ufficio elettorale circoscrizionale (i quali, in ipotesi, potrebbero avere interesse a favorire i componenti di una determinata lista) ogni decisiva determinazione al fine di condizionare la validità del voto espresso". In altre parole, la decisione di invalidare quelle schede è stata giudicata arbitraria e in violazione del principio fondamentale di ogni consultazione democratica interna.
Questa clamorosa ordinanza -- probabilmente senza precedenti in oltre due secoli di storia massonica italiana-- ha di fatto aperto una crisi di leadership nel GOI. Per la prima volta, la giustizia profana è entrata nel sancta sanctorum dell'Ordine: il Tribunale di Roma ha addirittura nominato un curatore speciale esterno, l'avvocato Raffaele Cappiello, per rappresentare legalmente l'associazione in attesa di definire la disputa. Un "profano" alla guida ad interim del Grande Oriente -- evento impensabile fino a pochi mesi prima -- testimonia la gravità dello scontro istituzionale in atto. D'altro canto, Seminario e la sua giunta hanno presentato reclamo contro l'ordinanza, ottenendo la sospensione di quest'ultima in attesa dell'udienza di merito fissata per il 2025. La vicenda, dunque, è tutt'altro che conclusa e intanto a inizio aprile 2025 la Gran Loggia nazionale del GOI si preannuncia infuocata, con la possibilità che i "fratelli" debbano affrontare apertamente in assemblea il tema della leadership contestata e delle riforme necessarie.
Silverio Magno e le accuse al tribunale massonico
In questo clima infuocato, Silverio Magno è divenuto uno dei protagonisti più discussi. Magno non è solo un esponente di spicco della massoneria siciliana, ma anche il simbolo del dissenso interno al GOI. Dopo la contestata elezione, infatti, egli ha preso posizione in modo netto denunciando pubblicamente quella che a suo dire è una "deriva mafiosa" nei comportamenti di parte della dirigenza massonica. Già il 14 febbraio 2024, durante un incontro pre-elettorale nella Casa Massonica di Ragusa, Magno aveva pronunciato parole destinate a sollevare un polverone: parlando davanti a decine di fratelli, denunciò "pressioni, induzioni e sopraffazioni di fratelli verso altri" all'interno dell'Ordine, arrivando a evocare una "mentalità mafiosa" annidata "dentro le colonne" del tempio. Il riferimento, pur senza nominarlo esplicitamente, era a un autorevole membro degli organi di giustizia interni: un giudice della Corte Centrale (organo apicale del tribunale massonico) accusato da Magno di aver esercitato indebite pressioni e minacce verso alcuni massoni dissidenti. "Fratelli, questa è mafia" -- tuonò Magno -- "è abuso di determinate posizioni per incutere timore". E aggiunse che in regioni c
Le dichiarazioni di Magno -- messe a verbale in una sua Tavola ufficiale del 7 giugno 2024-- rappresentano un atto d'accusa frontale: secondo lui la governance del GOI non avrebbe condannato con sufficiente energia le infiltrazioni criminali, alimentando così il malcontento e persino il diffondersi del termine "massomafia" per indicare collusioni tra mafia e massoneria. Parole gravissime, che hanno immediatamente innescato la reazione disciplinare dell'istituzione. Già il 9 maggio 2024, poche settimane dopo le elezioni, a Silverio Magno era stata notificata una Tavola d'accusa (atto formale di incriminazione interna) dal Tribunale Circoscrizionale della Sicilia. L'istruttoria massonica lo accusava di aver diffuso accuse infondate e lesive verso un alto dignitario dell'Ordine, violando i principi di lealtà e rispetto fraterno sanciti dalle Costituzioni massoniche. In particolare, gli si contestava di aver falsamente attribuito al giudice Giuseppe Cassìa (questo il nome del magistrato massonico coinvolto) un comportamento intimidatorio e "mafioso" nei confronti di un altro fratello, il Maestro Venerabile di una loggia siciliana, episodio in realtà mai avvenuto -- secondo l'accusa --
Il processo massonico di primo grado a carico di Magno si è celebrato nei mesi successivi con toni altrettanto accesi. Da un lato, l'accusato ha contestato punto per punto la ricostruzione dei fatti, rivendicando il diritto-dovere di denunciare irregolarità e abusi per il bene dell'Ordine (Magno stesso, in un documento difensivo, avrebbe "ricusato" il tribunale massonico, contestandone legittimità e presupposti). Dall'altro lato, l'accusa -- sostenuta formalmente da alcuni fratelli della circoscrizione calabrese -- ha dipinto Magno come un "fratello ribelle" che avrebbe strumentalizzato il tema antimafia per fini elettorali interni e per attaccare indebitamente la nuova dirigenza. Inizialmente, le sentenze dei tribunali circoscrizionali (pare che due diversi collegi, in Calabria e in Sicilia, si siano occupati di distinte esternazioni di Magno) erano state relativamente clementi: una censura semplice e una censura solenne (sanzione più grave, accompagnata da interdizione da incarichi per 12 mesi). Magno aveva subito impugnato entrambe le decisioni in sede di Corte Centrale, convinto di poter dimostrare l'infondatezza delle accuse e le irregolarità procedurali commesse. Ma l'esito d
La notizia dell'espulsione di Magno -- ratificata definitivamente nel gennaio 2025 -- ha suscitato enorme scalpore tra le logge e all'esterno. Molti si sono chiesti dove fossero finiti i principi di giustizia ed equità decantati dall'Ordine. Come può, si domandano i critici, la stessa Corte Centrale dichiarare irregolare un procedimento e, invece di rinnovarlo, punire più severamente l'imputato? Anche sul piano procedurale la decisione appare discutibile, poiché in uno dei due capi d'accusa originari l'espulsione non era nemmeno contemplata come possibilità. È evidente -- sostengono i sostenitori di Magno -- l'intento punitivo e politico di tale verdetto: fare di Magno un esempio, zittire la fronda interna e blindare l'attuale gestione. Silverio Magno, dal canto suo, ha annunciato battaglia: non riconosce la legittimità del provvedimento e si è impegnato a denunciare pubblicamente lo stato attuale della Massoneria italiana, anche al di fuori delle "porte del Tempio".
In un documento diffuso nel febbraio 2025, redatto da un gruppo di fratelli vicini a Magno, si parla apertamente di "persecuzione e afflizione" ai suoi danni, di "evidente intento persecutorio del Tribunale" massonico e di "aperte violazioni delle norme regolamentari dell'Ordine e dei principi fondamentali del diritto alla difesa". Si denuncia inoltre la modalità irrituale con cui la sentenza di primo grado gli era stata comunicata il 5 dicembre 2024, "ben oltre i termini regolamentari previsti", costringendo Magno a un ricorso d'urgenza. E si sottolinea come le accuse disciplinari a suo carico -- ad esempio aver espresso su una chat WhatsApp privata il proprio dissenso definendo "illegittimo" il nuovo Gran Maestro -- siano pretestuose e lesive della libertà di opinione garantita ai massoni. La contraddizione appare evidente: un'istituzione che proclama di promuovere la libertà di espressione al suo interno sta colpendo un proprio aderente proprio per aver espresso un'opinione -- critica ma certamente legata a un fatto oggettivo -- in un contesto privato.
La vicenda Magno quindi si inscrive in un contesto più ampio di faida interna. Sin dalla presentazione della lista alternativa n.1 di Taroni, infatti, si sarebbe messo in moto -- stando al gruppo di Magno -- un "attacco sistematico volto a delegittimare e ostacolare" l'opposizione interna. Tale attacco si sarebbe concretizzato in campagne diffamatorie, ispezioni straordinarie pilotate e una raffica di Tavole d'Accusa contro vari esponenti del gruppo dissidente, con l'obiettivo di silenziare le voci critiche all'interno del GOI. Di questo clima avvelenato farebbe fede anche un episodio inquietante: a fine ottobre 2024 Leo Taroni ha denunciato di aver ricevuto gravi minacce di morte anonime, con un messaggio inequivocabile: "Ci sono due pallottole pronte per te". Un segnale allarmante che le tensioni, dall'arena verbale e giudiziaria, rischiano di tracimare in violenza -- circostanza inedita e profondamente contraria ai principi massonici di Fratellanza.
Circolano persino voci di una possibile scissione all'interno del GOI. Secondo indiscrezioni, Taroni e il suo gruppo potrebbero considerare l'abbandono del Grande Oriente per aderire ad un'altra Obbedienza, ad esempio la Gran Loggia Regolare d'Italia, se la situazione rimanesse immutata. Magno stesso ha dichiarato di voler "restare nel GOI, lavorando per la pace", smentendo per ora l'ipotesi di una fuoriuscita; ma ha anche ammesso che "certo non possiamo romperci la testa all'infinito contro un muro", alludendo al fatto che senza segnali di cambiamento la rottura potrebbe diventare inevitabile.
Infiltrazioni mafiose: un problema reale documentato
Le denunce di Silverio Magno circa una scarsa vigilanza del GOI contro le infiltrazioni mafiose non nascono dal nulla. Sono anni che in Italia si parla del pericoloso abbraccio tra mafia e massoneria, soprattutto in alcune regioni del Sud. Già nel 2017 la Commissione Parlamentare Antimafia, presieduta da Rosy Bindi, ha condotto un'approfondita inchiesta sul fenomeno, arrivando a conclusioni preoccupanti. La relazione finale approvata il 21 dicembre 2017 mette in fila numeri e fatti: in soli quattro elenchi di logge siciliane e calabresi esaminati, sono emersi ben 193 soggetti indagati per reati di mafia, di cui 31 già condannati in via definitiva o con procedimenti in corso per associazione mafiosa o altri gravi delitti. In diversi casi, queste logge erano frequentate da esponenti mafiosi accanto ad amministratori locali, professionisti e perfino dirigenti di aziende sanitarie (poi sciolte per infiltrazione mafiosa). Dati del genere -- annota la Commissione -- segnalano chiaramente l'"inadeguatezza dei controlli preventivi adottati dai vertici delle logge massoniche" per sbarrare l'accesso a personaggi collusi. Non solo: si evidenziano "significativi casi" in cui non risultano adot
Un passaggio della relazione, in particolare, ha fatto scalpore: dall'incrocio tra gli elenchi sequestrati e i certificati penali dei nominativi, risultava che almeno 5 massoni erano stati condannati in via definitiva per mafia (ex art. 416-bis c.p.), e di questi due addirittura risultavano ancora attivi e regolarmente iscritti al momento dell'indagine. Un pensionato e un commercialista, dunque, figuravano contemporaneamente tra gli affiliati dell'obbedienza massonica di appartenenza e tra i condannati per mafiosità. Altri due risultavano addirittura aspiranti membri ("bussanti") da oltre un decennio, segno che persino persone con simili trascorsi provavano -- magari riuscendoci -- ad entrare nelle logge. Questi dati hanno portato la Commissione a una conclusione amara: le procedure interne per selezionare gli aspiranti massoni e per radiare quelli indegni si sono rivelate insufficienti, se non fallimentari. Emblematico, secondo gli inquirenti parlamentari, il fatto che gli elenchi acquisiti siano risultati in parte incompleti e con molti nominativi "non identificabili", facendo supporre che alcuni iscritti vengano volutamente occultati e noti solo a una ristretta cerchia all'inter
Di fronte a un quadro così serio, la Commissione Antimafia ha lanciato un monito severo: la Massoneria -- per come alcune sue componenti hanno operato -- rischia di configurarsi come uno "Stato nello Stato", con regole proprie che prevalgono su quelle repubblicane e con zone d'ombra impermeabili alla legge. Nella relazione, non a caso, si richiama la loggia Propaganda 2, che diede luogo alla promulgazione della legge n. 17 del 1982 (nota come Legge Anselmi), evidenziando il carattere macroscopico di quella "devianza massonica". Su quest'ultimo punto, tuttavia, esistono posizioni discordanti: Giuliano Di Bernardo, ex Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia che nel 1993 promosse una storica scissione dando vita alla Gran Loggia Regolare d'Italia, ha sostenuto che la P2 non fu una deviazione, ma un fenomeno noto e accettato dal Gran Maestro dell'epoca. Tale denuncia, resa pubblica in più occasioni, mette ulteriormente in evidenza come all'interno del GOI di quegli anni esistessero, secondo Di Bernardo, consapevolezza e tolleranza verso le attività parallele di Licio Gelli e dei suoi affiliati.
D'altro canto, la relazione della Commissione Antimafia non si limita solo a rimarcare i rischi connessi ad associazioni massoniche non trasparenti, ma propone di aggiornare la normativa vigente per colmare le lacune: definire meglio e vietare tutte le associazioni "sostanzialmente segrete", anche se perseguono fini leciti, prevedere obblighi più stringenti di trasparenza per i pubblici funzionari massoni e persino ipotizzare il commissariamento di obbedienze deviate da parte delle autorità (sul modello dello scioglimento dei consigli comunali per infiltrazione mafiosa). Si tratta di misure estreme, il sintomo di una sfiducia crescente nella capacità della Massoneria di autoriformarsi dall'interno, soprattutto quando emergono inquietanti collusioni o reticenze che, agli occhi degli inquirenti, rischiano di tramutare un organismo associativo in un "corpo separato" dall'ordinamento democratico.
Dal canto suo, il GOI ha sempre rigettato l'idea di essere complice di queste infiltrazioni. Anzi, la dirigenza attuale rivendica di aver sospeso tutti i fratelli coinvolti in procedimenti di mafia in attesa delle sentenze definitive, in ossequio al principio di garantismo, come dichiarato pubblicamente dallo stesso Gran Maestro Seminario. "Vogliamo essere rispettosi dei tre gradi di giudizio" -- ha spiegato Seminario in un'intervista -- sottolineando la volontà di procedere all'espulsione solo in caso di condanna irrevocabile, a tutela dei diritti di difesa. E ha aggiunto che la "mentalità mafiosa è quella che ognuno di noi deve eliminare dentro di sé", quasi a voler riportare la questione su un piano etico individuale. Tuttavia, lo stesso Seminario ha dovuto ammettere che sul piano disciplinare si poteva fare di più: "Onestamente sì", ha ammesso Seminario quando gli è stato chiesto se non fosse il caso di dare segnali più forti sul piano disciplinare.
La presenza nel GOI di personaggi come l'avvocato ed ex parlamentare Giancarlo Pittelli -- massone calabrese arrestato e poi condannato in primo grado a 11 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa -- è emblematica di queste zone grigie. Prima del suo arresto, secondo alcune testimonianze, Pittelli avrebbe frequentato spesso la sede nazionale del GOI a Roma (Villa del Vascello). Il Gran Maestro Seminario ha tenuto a precisare che, finché lui è stato in carica, Pittelli "non è mai stato al Vascello" e che da parlamentare il politico si era messo in sonno (autosospeso), rientrando nella sua loggia solo a fine mandato. Ad ogni modo, la permanenza di Pittelli nell'Ordine -- interrotta formalmente soltanto a seguito del suo coinvolgimento giudiziario -- ha gettato ulteriore ombra sul GOI, alimentando il dibattito sulla permeabilità delle logge a personaggi contigui alla criminalità.
Un altro caso che ha fatto discutere è quello di «Onestamente sì. in Calabria: la soppressione della Loggia "Gerace -- Verduci" nella Locride (Calabria), perché al suo interno era emerso un affiliato imparentato con la nota cosca Nirta di San Luca, benché si trattasse di un medico incensurato e massone da 25 anni. Pur trattandosi di un provvedimento estremo, esso dimostra che -- quando la volontà c'è -- l'istituzione dispone già degli strumenti per auto-purificarsi. Il problema, fanno notare i critici, è che questi strumenti vengono usati troppo di raro e spesso solo sull'onda di inchieste esterne o dello scandalo mediatico.
Non a caso, di fronte alle richieste della Commissione Antimafia di consegnare gli elenchi degli iscritti in Sicilia e Calabria, i vertici del GOI inizialmente opposero un netto rifiuto, invocando la tutela della privacy. Solo dopo una perquisizione ordinata dall'autorità giudiziaria si arrivò a sequestrare quei documenti. Un braccio di ferro istituzionale che vide Rosy Bindi accusare apertamente i dirigenti massonici di arroganza: nel corso delle audizioni -- disse -- era apparsa evidente "l'arroganza di chi dirige queste logge, come quella del GOI", con "pubbliche dichiarazioni in Commissione che sembravano voler sfidare la stessa autorità" dell'Antimafia. Trincerandosi dietro una supposta segretezza, quei rappresentanti avevano mostrato una matrice di sfida verso le istituzioni democratiche, dando l'impressione di considerarsi al di sopra delle regole comuni. La deputata Giulia Sarti, componente di quella Commissione, denunciò "il paradosso che il nominativo di un condannato per mafia è pubblico ma non si può sapere se appartenga o meno alla massoneria", rilevando "l'arroganza di chi dirige queste logge, come quella del GOI" emersa nel corso delle audizioni. Parole dure, che ris
Il rischio che la Massoneria italiana scivoli in una deriva autoreferenziale ed elitaria, separata dal resto della società, è al centro del dibattito. Vicende come quelle descritte -- l'annullamento contestato di un'elezione, i procedimenti disciplinari percepiti come epurazioni, le resistenze ad aprirsi alla trasparenza -- offrono all'opinione pubblica un'immagine preoccupante: quella di un'organizzazione che pretende di risolvere i propri problemi "in casa", anche quando coinvolgono principi di legalità e democrazia di interesse generale. Non a caso, il gruppo di Magno ha rivolto un appello formale alle Istituzioni, chiedendo l'intervento della Commissione Antimafia e prospettando perfino la necessità di un commissariamento del GOI. Si tratta di una richiesta clamorosa: significherebbe che un organo esterno entri a governare temporaneamente l'associazione, un po' come accade per i comuni infiltrati dalla mafia. È evidente che sarebbe un colpo durissimo per la millenaria autonomia della Libera Muratoria. Eppure, per alcuni fratelli, meglio una cura drastica che lasciare marcire la credibilità dell'istituzione. "Le gravi violazioni procedurali, le intimidazioni elettorali e la stru