sociale · 2025-11-25

Violenza sulle donne: 25 novembre, sicurezza e immigrazione

di Andrea Della Giustina

Il 25 novembre l'Italia si tinge di rosso, ma è il colore della vergogna di una classe dirigente che ha deciso di mentire sapendo di mentire. Piazze piene di scarpe rosse, panchine ridipinte da assessori in cerca di visibilità, palinsesti sequestrati da una retorica stucchevole: la liturgia del politicamente corretto serve a lavarsi la coscienza collettiva senza affrontare il cuore del problema.

La narrazione ufficiale è un disco rotto: la violenza è 'sistemica', è colpa del 'patriarcato occidentale', ogni uomo è un potenziale mostro. Si diluisce la responsabilità individuale in una colpa collettiva maschile indistinta – se tutti sono colpevoli, nessuno lo è davvero – per distogliere lo sguardo dall'identikit reale dei nuovi predatori. Il dato che nessun notiziario mostra: gli stranieri, pur essendo l'8,6% della popolazione, commettono circa il 42% dei reati per violenza sessuale, con un'incidenza pro capite quasi otto volte superiore a quella dei cittadini italiani. Non è una fluttuazione statistica: è una sproporzione mostruosa.

È qui il tradimento più vile: il neofemminismo intersezionale diventa muto quando il patriarcato non parla italiano. Silenzio sui branchi di Capodanno a Milano, silenzio sulle spose bambine, silenzio su Saman Abbas. Hanno creato una gerarchia dei carnefici: se a stuprare è un italiano scatta la gogna; se è un immigrato irregolare si parla di disagio e mancata integrazione. La vera difesa delle donne non passa per lo schwa o le quote rosa: passa per il controllo del territorio, la certezza della pena, frontiere presidiate. Il buonismo non è misericordia: è complicità.

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Il grande inganno del 25 novembre: sacrificare le donne sull'altare dell'accoglienza

Panchine rosse, scarpe rosse, hashtag: la liturgia del politicamente corretto occulta i dati sulla sproporzione criminale e tradisce la sicurezza reale delle donne.

di Andrea Della Giustina — 25 novembre 2025

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Il 25 novembre l'Italia si tinge di rosso, ma è il colore della vergogna di una classe dirigente che ha deciso di mentire sapendo di mentire. Piazze piene di scarpe rosse, panchine ridipinte da assessori in cerca di visibilità, palinsesti sequestrati da una retorica stucchevole: la liturgia del politicamente corretto serve a lavarsi la coscienza collettiva senza affrontare il cuore del problema.

La narrazione ufficiale è un disco rotto: la violenza è 'sistemica', è colpa del 'patriarcato occidentale', ogni uomo è un potenziale mostro. Si diluisce la responsabilità individuale in una colpa collettiva maschile indistinta – se tutti sono colpevoli, nessuno lo è davvero – per distogliere lo sguardo dall'identikit reale dei nuovi predatori. Il dato che nessun notiziario mostra: gli stranieri, pur essendo l'8,6% della popolazione, commettono circa il 42% dei reati per violenza sessuale, con un'incidenza pro capite quasi otto volte superiore a quella dei cittadini italiani. Non è una fluttuazione statistica: è una sproporzione mostruosa.

È qui il tradimento più vile: il neofemminismo intersezionale diventa muto quando il patriarcato non parla italiano. Silenzio sui branchi di Capodanno a Milano, silenzio sulle spose bambine, silenzio su Saman Abbas. Hanno creato una gerarchia dei carnefici: se a stuprare è un italiano scatta la gogna; se è un immigrato irregolare si parla di disagio e mancata integrazione. La vera difesa delle donne non passa per lo schwa o le quote rosa: passa per il controllo del territorio, la certezza della pena, frontiere presidiate. Il buonismo non è misericordia: è complicità.

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