rubriche · 2025-10-08
Global Sumud Flotilla: aiuti a Gaza e comunicazione politica
di Andrea Della Giustina
L'estate ha regalato al Mediterraneo uno spettacolo tragicomico che avrebbe fatto sorridere anche Monicelli. Fra dirette Instagram e selfie da operetta è salpata la cosiddetta Global Sumud Flotilla, ribattezzata dalla redazione de "Il Risveglio D'Italia" in "Flottiglia Decima MARX". Doveva portare 500 tonnellate di aiuti a Gaza, si è presentata con cestini di marmellate biologiche, barchette a vela e un carico di ego.
Gli equipaggi hanno trasformato la veleggiata in una festa: a Barcellona una barca esponeva cestini di prodotti biologici e marmellate, a Genova erano tutti in posa per i fotografi, a Tunisi era prevista una festa a terra. Era chiaro già allora che si trattava di una provocazione, non di una spedizione umanitaria. Il viaggio, come nella poesia di Kavafis, era la meta; Gaza, com'era prevedibile, non l'avrebbe vista nessuno. Le cronache parlano di un centinaio di medici, infermieri, influencer e politici imbarcati su imbarcazioni civili improvvisate. In Italia si sono mobilitati partiti, sindacati e comitati per organizzare la regata; qualcuno ha definito l'operazione un atto "di resistenza internazionale" contro un presunto colonialismo in stile occidentale. Eppure fin da subito la missione è apparsa più come una passerella politica che come un gesto di solidarietà. In mare, al posto di pacchi di farina e medicinali, c'erano microfoni, telecamere, tatuaggi e un mare di hashtag.
Armata Brancaleone in mare: la logistica del ridicolo
Navi mal equipaggiate, ciurme eterogenee, proclami roboanti e risultati modesti. Il paragone con la Armata Brancaleone è inevitabile. Nessuna nave civile può superare un blocco militare senza coordinamento; eppure questi pellegrini del mare hanno sfidato la marina israeliana con natanti da crociera e poche nozioni di navigazione. La flottiglia non aveva un obiettivo chiaro: da un lato si promettevano "aiuti concreti", ma chiunque conosca il conflitto sa che nessuna nave può attraccare a Gaza senza il via libera israeliano. Dall'altro lato, allora, si puntava sul gesto simbolico e sulla foto da prima pagina. Così si è ingannati i partecipanti -- molti in buona fede -- e l'opinione pubblica internazionale.
I fatti lo dimostrano. La prima nave, Conscience, a bordo trasportava Greta Thunberg e l'attore Liam Cunningham, ma il carico umanitario era "simbolico". Un'ispezione delle autorità maltesi ha scoperto che il cargo della Conscience consisteva principalmente in cibo e bevande per l'equipaggio; solo una parte "limitata" era destinata agli aiuti. Ciononostante, la campagna social continuava a parlare di "centinaia di tonnellate". La seconda nave, Madleen, salpata da Otranto, trasportava un centinaio di medici e giornalisti ma, per stessa ammissione degli organizzatori, rappresentava un "atto politico" più che umanitario. Intanto l'attrezzatura militare israeliana monitorava queste imbarcazioni come fossero minacce, mentre in realtà erano barche dal sapore da crociera.
Droni che non volano, paure che decollano.
La narrazione degli attacchi con droni, nella versione ufficiale della Decima MARX, si regge su un teatro di ombre: effetti sonori montati, sequenze di luce scambiate per esplosioni e filmati tremolanti ripresi a distanza di sicurezza. Il primo indizio di farsa è sempre lo stesso: fotogrammi che promettono tecnologia e consegnano pirotecnica amatoriale; il secondo, la totale assenza di danni coerenti con un'arma aerea - nessun relitto, nessun cratere, nessuna traccia di frammenti che possano essere analizzati. Sul piano giornalistico si leggono i segnali classici dell'artificio: angolazioni improbabili, assenza di riprese indipendenti, sincronizzazioni audio-video sospette, e il ricorso a testimoni anonimi la cui versione varia a seconda del montaggio. In soldoni: una strategia mediatica che sfrutta il mito del drone - tecnologia moderna, terrore moderno - per sostituire il racconto dei fatti con l'emozione del feed. E quando l'emozione è l'unico carico utile, la verità resta a terra.
Aggiungendo una nota che sgonfia ulteriormente il teatro: circola su X una ripresa/commento secondo cui la nave - quella che nei racconti ufficiali sarebbe stata la "base" da cui sarebbero decollati i droni - risulterebbe, a un'analisi visiva, sorprendentemente vuota. La circostanza non è irrilevante: se un'azione aerea lascia tracce, basta poco per trovarle; se l'azione è tutta nella percezione, i testimoni e i video diventano il carburante della narrazione. Da una parte abbiamo resoconti di attivisti e spezzoni notturni che denunciano "droni e esplosioni"; dall'altra le ricostruzioni giornalistiche e i materiali diffusi dalle autorità - inclusi video walkthrough che mostrano interni privi di carichi umanitari - che invitano alla cautela e alla verifica. In sintesi: esiste la versione emotiva, costruita per il feed, e la versione materiale, fatta di casse, tracce, relitti, logistica. Quando la prima domina, la seconda tende a scomparire - o a mostrarsi insufficiente.
Aiuti fantasma: barche vuote e vacuità mediatica
Quando la Marina israeliana è salita a bordo, la verità è venuta a galla. Sulle barche sequestrate non è stato trovato "nessun aiuto alimentare". L'accusa è stata contestata dalla portavoce italiana del movimento, che ha parlato di casse di aiuti preparati dall'associazione Music for Peace. Tuttavia lo stesso articolo sottolinea che, in una barca a vela fra i 12 e i 15 metri, la stiva può trasportare scorte di cibo secco per quattro persone e un'autonomia limitata d'acqua; dopo un paio di mesi in mare, parte delle provviste viene consumata dall'equipaggio, riducendo inevitabilmente il carico umanitario. Anche se le stive fossero state piene, l'intera flottiglia avrebbe potuto trasportare un terzo di quanto viene consegnato quotidianamente dai canali umanitari ufficiali.
Il contrasto con la realtà è eloquente. Mentre gli influencer occidentali organizzavano regate e lanciavano dirette, un'unica nave degli Emirati Arabi portava 7.000 tonnellate di aiuti via Cipro, coordinando con Israele per la distribuzione. A differenza delle 250 tonnellate sbandierate dalla Flotilla, il cargo emiratino avrebbe potuto sfamare la popolazione di Gaza per un mese, se gestito correttamente. La differenza fra retorica e sostanza non potrebbe essere più evidente. Conviene ricordare che organizzare una spedizione del genere costa centinaia di migliaia di euro; denaro che, convogliato in Croce Rossa o Nazioni Unite, avrebbe moltiplicato il valore degli aiuti.
Selfie e telefoni in mare: la propaganda prima della verità
La farsa non si è fermata alle stive. Quando la Marina israeliana ha abbordato le barche, gli attivisti hanno denunciato che i soldati avrebbero "distrutto i loro telefoni". In realtà le telecamere israeliane li riprendono mentre li gettano volontariamente in mare. Lo conferma anche The Guardian, raccontando che due attiviste australiane hanno ammesso di aver gettato i cellulari a mare prima della cattura. La ragione? Non lasciare tracce di conversazioni imbarazzanti o ordini politici. La narrativa dell'eroe maltrattato è più funzionale di un'analisi sulla logistica della missione.
Le accuse di torture e maltrattamenti sollevate dai partecipanti hanno seguito lo stesso copione: grida di umiliazione, foto di braccia ammanettate e l'inevitabile hashtag. Al Jazeera e ABC7 hanno raccolto le dichiarazioni di attivisti secondo cui sarebbero stati trattenuti senza acqua e costretti a baciare bandiere israeliane, ma le autorità di Tel Aviv hanno respinto le accuse definendole "complete menzogne" e sostenendo che ai detenuti sono stati forniti acqua, cibo e assistenza legale. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben‑Gvir si è vantato delle dure condizioni di detenzione, ma il ministero degli Esteri israeliano ha ribadito che i diritti dei passeggeri sono stati rispettati. Paradossalmente, l'unica violenza visibile nei filmati è l'uso di cannoni ad acqua; le stesse autorità italiane hanno confermato che i marinai sono stati istruiti a non usare la forza.
La politica dello show e l'ipocrisia occidentale
Dietro la retorica umanitaria si è mossa la politica, spesso in cerca di un palco. Diversi parlamentari europei hanno scelto di imbarcarsi sulla flottiglia per guadagnare visibilità, abdicando al proprio ruolo istituzionale. La politica non può fare il mozzo: deve agire nei palazzi, nei consessi internazionali, dove si decidono corridoi umanitari e cessate il fuoco. Eppure alcuni partiti italiani hanno cavalcato la narrazione della "resistenza navale" ignorando che la soluzione passa per la diplomazia. Mentre i deputati facevano selfie in mare, i governi di Italia e Spagna organizzavano navi militari per proteggerli: un assurdo ribaltamento di ruoli in cui lo Stato finisce per scortare una protesta contro se stesso.
Gli stessi governi hanno offerto aiuto reale. L'Italia e la Spagna proposero di trasferire gli aiuti a Cipro o ad Ashdod in modo da garantire l'ingresso a Gaza; gli organizzatori rifiutarono, perché l'obiettivo non era consegnare aiuti ma "rompere l'assedio". Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha definito la missione "gratuita, pericolosa e irresponsabile", ricordando che l'IDF era stato istruito a non usare violenza. Anche il governo israeliano offrì di trasportare eventuali carichi attraverso il porto di Ashdod, ma la Flotilla rispose con un no, confermando che la provocazione valeva più della solidarietà. Perfino il consigliere comunale milanese Daniele Nahum, suggeriva di far entrare le imbarcazioni per mostrare agli attivisti le responsabilità di Hamas nella gestione degli aiuti.
L'analista Stefano Parisi, presidente dell'associazione Setteottobre, è stato ancora più esplicito: secondo lui ai "buoni della Global Sumud Flotilla non interessa nulla dei palestinesi", il loro scopo sarebbe solo mediatico; userebbero i bambini malati per accusare Israele e ignorerebbero le violenze in Sudan o in Congo. Parole dure, ma che fotografano un sentimento diffuso: l'attivismo occidentale sembra occuparsi solo dei conflitti che offrono visibilità, ignorando crisi altrettanto gravi. Il rischio è che la solidarietà diventi spettacolo e la causa umanitaria si trasformi in farsa.
Prima di gettare l'ancora sulla retorica e di contare i like come fossero salme, una premessa: la Decima MARX non è tanto una flottiglia quanto un catalogo vivente di archetipi mediatici. Se la si guarda con occhio neutro viene fuori un armamentario di posture - un piccolo zoo di buone intenzioni, appetiti narcisistici e professionisti della messa in scena. Tutti utili per tre scopi: produrre emozione, occupare i feed e, perché no, spostare il consenso. Ecco i tre passeggeri che, presi insieme, spiegano perché la tragedia ha spesso suonato come una commedia ben montata.
- Gli ingenui utili. Partono col cuore in mano e con la cartina del mondo consultata su uno schermo: hanno visto la guerra in un video e hanno deciso di diventare eroi nell'arco di un weekend. Non conoscono rotte logistiche, non sanno che la Striscia non è un porto aperto per chiunque e ignorano i canali ufficiali per gli aiuti; credono che la bontà si possa imbarcare come si imbarca una valigia. La loro buona fede è reale e commovente, ma proprio per questo è facile da usare: forniscono la componente emotiva dello spettacolo mentre altri dispongono la sceneggiatura. In definitiva, sono il quadro sentimentale della messinscena - indispensabili per far sembrare spontanea una regia spesso pianificata altrove.
- I pacifinti di professione. Questi non partono per salvare il mondo, partono per salvarsi l'engagement. Il loro linguaggio è il formato verticale, la preghiera è un live, la solidarietà un reel virale. Trasformano il dolore in content, la protesta in estetica: ogni gesto è calibrato per durare quanto un'attenzione media, ogni immagine progettata per accumulare applausi digitali. La causa diventa un guardaroba sotto cui posare; l'obiettivo vero è l'audience, non l'assistenza. Vestono la resistenza come si veste un abito per l'inquadratura: perfetto in foto, spesso inutile nella realtà.
- Le menti dietro la farsa. I professionisti dell'agitazione, politici e organizzatori ben pagati, probabilmente sostenuti da Hamas o da chi di Hamas vive. Hanno mandato carne fresca al macello sperando che Israele reagisse nel modo peggiore. Per fortuna (o purtroppo?), nessuno è stato così stupido da offrirgli i martiri che volevano.
Questo trittico non è esaustivo, ma spiega perché la flottiglia è naufragata prima ancora di incontrare il mare: non mancavano gli uomini a bordo, mancava invece l'onestà del gesto.
Il blocco del nulla - Tra legge del mare e legge della propaganda