geopolitica · 2026-08-26

Guerra in Iran: petrolio e sfida tra Stati Uniti e Cina

di Andrea Della Giustina

Il petrolio non è esploso come previsto anche perché Pechino era preparata. La guerra in Iran, letta dentro la competizione sino-americana, rischia così di aver prodotto l'effetto opposto a quello desiderato: mostrare la resilienza cinese e rafforzare l'immagine internazionale di Pechino come potenza stabilizzatrice.

C'è una domanda che permette di leggere la guerra in Iran da una prospettiva diversa: perché il prezzo del petrolio non è esploso nonostante la quasi paralisi dello Stretto di Hormuz?

Attraverso Hormuz transitava circa un quinto del petrolio mondiale. La crisi del 2026 è stata descritta dall'International Energy Agency come la maggiore interruzione dell'offerta mai registrata e ha costretto i Paesi membri dell'Agenzia a mettere a disposizione 400 milioni di barili delle proprie riserve strategiche. Eppure lo shock sui prezzi è rimasto molto inferiore agli scenari più catastrofici.

Una parte decisiva della spiegazione si trova in Cina.

Prima della guerra Pechino importava circa 12 milioni di barili al giorno. A giugno era scesa a 7,12 milioni, minimo da quasi dieci anni; a luglio è risalita a 8,41 milioni, restando comunque enormemente sotto i livelli precedenti al conflitto.

La Cina, in sostanza, ha fatto scomparire dal mercato diversi milioni di barili di domanda quotidiana proprio nel momento in cui diversi milioni di barili stavano scomparendo dall'offerta.

Reuters ha descritto Pechino come il principale elemento di riequilibrio della domanda asiatica: la media delle importazioni cinesi di giugno e luglio è risultata inferiore di oltre quattro milioni di barili al giorno rispetto al periodo precedente alla guerra.

Da anni la Cina accumulava greggio, approfittando dei periodi di prezzi favorevoli e costruendo riserve gigantesche. Quelle scorte avevano una motivazione economica, ma anche evidentemente strategica: Pechino conosce perfettamente la vulnerabilità derivante dalla propria dipendenza dalle rotte marittime, da Hormuz fino al più importante dilemma di Malacca.

Non occorre immaginare che la leadership cinese conoscesse in anticipo quando sarebbe scoppiata una guerra in Medio Oriente. È sufficiente osservare che riteneva abbastanza plausibile una fase di crescente instabilità internazionale da prepararsi materialmente a sopportarla.

E questa capacità cinese difficilmente poteva essere ignorata dagli apparati americani.

La vulnerabilità energetica cinese è uno degli elementi fondamentali di qualsiasi scenario di confronto militare tra Stati Uniti e Cina.

Se una futura guerra dovesse coinvolgere Taiwan o il Pacifico occidentale, la capacità americana di interrompere o rendere più costose le rotte energetiche di Pechino diventerebbe immediatamente centrale. Per questo Washington studia la dipendenza cinese dalle importazioni esattamente come Pechino studia da anni il modo di ridurla.

Hormuz è diventato così, involontariamente, un gigantesco stress test.

E il risultato provvisorio non è particolarmente rassicurante per gli Stati Uniti.

La Cina ha sofferto lo shock, ma ha retto. Ha potuto ridurre violentemente gli acquisti grazie alle scorte accumulate, a un'economia progressivamente meno dipendente dal petrolio e alla capacità dello Stato di intervenire sui consumi, sulla raffinazione e sulle esportazioni.

Non solo. Facendolo ha contribuito a tenere sotto controllo il prezzo internazionale.

Una decisione presa esclusivamente nell'interesse cinese ha quindi prodotto un beneficio anche per il resto dell'economia mondiale.

È qui che nasce il dividendo politico per Pechino: gli Stati Uniti possono essere rappresentati come la potenza che produce instabilità, mentre la Cina può presentarsi come quella che la assorbe.

La vicenda iraniana arriva dopo un altro tentativo americano di sfruttare una vulnerabilità cinese: la guerra commerciale.

I dazi avrebbero dovuto comprimere l'export cinese verso gli Stati Uniti, rallentare la macchina industriale di Pechino e rendere più difficile continuare ad accumulare enormi surplus commerciali.

In una lettura strategica più ampia, un indebolimento prolungato dell'apparato esportatore avrebbe potuto anche accentuare le tensioni interne fra le ricchissime province costiere orientali e le aree continentali più povere.

Che produrre questa frattura Est-Ovest fosse un obiettivo formalmente pianificato dagli Stati Uniti non è dimostrabile. Ma rappresenta certamente una delle possibili conseguenze strategiche di una politica progettata per indebolire strutturalmente il modello economico cinese.

Le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti sono diminuite, ma Pechino ha spostato quote crescenti della propria produzione verso Asia, Africa ed Europa. Nel 2025 il surplus commerciale cinese ha sfiorato 1.200 miliardi di dollari, il più alto mai registrato.

Washington ha ridotto il commercio sino-americano. Non è riuscita a ridurre proporzionalmente la capacità cinese di esportare nel resto del mondo.

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L'Iran come Venezuela 2.0: la strategia americana contro la Cina che rischia di fallire

Il petrolio non è esploso come previsto anche perché Pechino era preparata. La guerra in Iran, letta dentro la competizione sino-americana, rischia così di aver prodotto l'effetto opposto a quello desiderato: mostrare la resilienza cinese e…

di Andrea Della Giustina — 26 agosto 2026

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Il petrolio non è esploso come previsto anche perché Pechino era preparata. La guerra in Iran, letta dentro la competizione sino-americana, rischia così di aver prodotto l'effetto opposto a quello desiderato: mostrare la resilienza cinese e rafforzare l'immagine internazionale di Pechino come potenza stabilizzatrice.

C'è una domanda che permette di leggere la guerra in Iran da una prospettiva diversa: perché il prezzo del petrolio non è esploso nonostante la quasi paralisi dello Stretto di Hormuz?

Attraverso Hormuz transitava circa un quinto del petrolio mondiale. La crisi del 2026 è stata descritta dall'International Energy Agency come la maggiore interruzione dell'offerta mai registrata e ha costretto i Paesi membri dell'Agenzia a mettere a disposizione 400 milioni di barili delle proprie riserve strategiche. Eppure lo shock sui prezzi è rimasto molto inferiore agli scenari più catastrofici.

Una parte decisiva della spiegazione si trova in Cina.

La Cina si era preparata

Prima della guerra Pechino importava circa 12 milioni di barili al giorno. A giugno era scesa a 7,12 milioni, minimo da quasi dieci anni; a luglio è risalita a 8,41 milioni, restando comunque enormemente sotto i livelli precedenti al conflitto.

La Cina, in sostanza, ha fatto scomparire dal mercato diversi milioni di barili di domanda quotidiana proprio nel momento in cui diversi milioni di barili stavano scomparendo dall'offerta.

Reuters ha descritto Pechino come il principale elemento di riequilibrio della domanda asiatica: la media delle importazioni cinesi di giugno e luglio è risultata inferiore di oltre quattro milioni di barili al giorno rispetto al periodo precedente alla guerra.

Non è stata un'improvvisazione.

Da anni la Cina accumulava greggio, approfittando dei periodi di prezzi favorevoli e costruendo riserve gigantesche. Quelle scorte avevano una motivazione economica, ma anche evidentemente strategica: Pechino conosce perfettamente la vulnerabilità derivante dalla propria dipendenza dalle rotte marittime, da Hormuz fino al più importante dilemma di Malacca.

Non occorre immaginare che la leadership cinese conoscesse in anticipo quando sarebbe scoppiata una guerra in Medio Oriente. È sufficiente osservare che riteneva abbastanza plausibile una fase di crescente instabilità internazionale da prepararsi materialmente a sopportarla.

E questa capacità cinese difficilmente poteva essere ignorata dagli apparati americani.

Washington conosceva il problema

La vulnerabilità energetica cinese è uno degli elementi fondamentali di qualsiasi scenario di confronto militare tra Stati Uniti e Cina.

Se una futura guerra dovesse coinvolgere Taiwan o il Pacifico occidentale, la capacità americana di interrompere o rendere più costose le rotte energetiche di Pechino diventerebbe immediatamente centrale. Per questo Washington studia la dipendenza cinese dalle importazioni esattamente come Pechino studia da anni il modo di ridurla.

Hormuz è diventato così, involontariamente, un gigantesco stress test.

E il risultato provvisorio non è particolarmente rassicurante per gli Stati Uniti.

La Cina ha sofferto lo shock, ma ha retto. Ha potuto ridurre violentemente gli acquisti grazie alle scorte accumulate, a un'economia progressivamente meno dipendente dal petrolio e alla capacità dello Stato di intervenire sui consumi, sulla raffinazione e sulle esportazioni.

Non solo. Facendolo ha contribuito a tenere sotto controllo il prezzo internazionale.

Una decisione presa esclusivamente nell'interesse cinese ha quindi prodotto un beneficio anche per il resto dell'economia mondiale.

È qui che nasce il dividendo politico per Pechino: gli Stati Uniti possono essere rappresentati come la potenza che produce instabilità, mentre la Cina può presentarsi come quella che la assorbe.

Prima del petrolio c'erano stati i dazi

La vicenda iraniana arriva dopo un altro tentativo americano di sfruttare una vulnerabilità cinese: la guerra commerciale.

I dazi avrebbero dovuto comprimere l'export cinese verso gli Stati Uniti, rallentare la macchina industriale di Pechino e rendere più difficile continuare ad accumulare enormi surplus commerciali.

In una lettura strategica più ampia, un indebolimento prolungato dell'apparato esportatore avrebbe potuto anche accentuare le tensioni interne fra le ricchissime province costiere orientali e le aree continentali più povere.

Che produrre questa frattura Est-Ovest fosse un obiettivo formalmente pianificato dagli Stati Uniti non è dimostrabile. Ma rappresenta certamente una delle possibili conseguenze strategiche di una politica progettata per indebolire strutturalmente il modello economico cinese.

Per ora è avvenuto il contrario.

Le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti sono diminuite, ma Pechino ha spostato quote crescenti della propria produzione verso Asia, Africa ed Europa. Nel 2025 il surplus commerciale cinese ha sfiorato 1.200 miliardi di dollari, il più alto mai registrato.

Washington ha ridotto il commercio sino-americano. Non è riuscita a ridurre proporzionalmente la capacità cinese di esportare nel resto del mondo.

La Cina ha assorbito anche questo colpo.

L'Iran come Venezuela 2.0

È sotto questa lente che bisogna osservare anche la guerra iraniana.

Dopo il Venezuela, gli Stati Uniti si sono trovati nella posizione di sottrarre alla Cina un altro importante fornitore energetico relativamente indipendente dal sistema politico e finanziario americano.

L'Iran aveva un ruolo particolarmente rilevante perché gran parte del suo petrolio sottoposto a sanzioni finiva proprio in Cina, spesso a prezzi scontati.

Un cambio di regime rapido a Teheran avrebbe quindi prodotto conseguenze molto più ampie del solo Medio Oriente: avrebbe tolto a Pechino un partner energetico strategico e ricondotto una delle maggiori riserve petrolifere mondiali dentro un sistema molto più influenzabile da Washington.

In questa prospettiva l'Iran può essere interpretato come un possibile Venezuela 2.0 rivolto indirettamente contro la Cina.

Non esistono elementi pubblici sufficienti per sostenere che danneggiare Pechino fosse la causa principale della guerra. Ma sarebbe altrettanto ingenuo separare completamente l'Iran dalla competizione strategica sino-americana.

Il problema è che l'Iran non si è comportato come il Venezuela.

L'errore strategico americano

L'ipotesi iniziale sembra essere stata quella di poter trasformare un'enorme superiorità tecnologica e militare in un risultato politico rapido.

La leadership iraniana è stata colpita duramente, ma il sistema non è crollato. La guerra si è trasformata in un conflitto molto più lungo e costoso e Hormuz continua a rappresentare una minaccia per l'economia mondiale.

Secondo il Financial Times, le sole operazioni militari americane hanno già raggiunto un costo nell'ordine dei 37,5 miliardi di dollari, mentre il costo necessario per ricostituire gli arsenali consumati sarebbe ancora superiore. Dopo oltre 13.000 attacchi, Washington non ha ancora ottenuto una vittoria strategica decisiva.

Se l'obiettivo era una guerra lampo capace di modificare gli equilibri regionali, il risultato è quindi molto lontano dalle aspettative.

E qui diventa difficile ignorare anche la componente ideologica della decisione: la convinzione, già vista in altre guerre americane, che la decapitazione della leadership avversaria e la superiorità militare possano automaticamente produrre un nuovo ordine politico favorevole.

È probabilmente uno degli errori più gravi commessi in questa guerra.

Soprattutto perché Washington continua contemporaneamente a dover conservare uomini, munizioni e capacità industriale pensando al vero confronto strategico di lungo periodo: quello con la Cina.

Pechino guadagna immagine, non egemonia

Il risultato per Pechino è quindi paradossale.

La guerra ha colpito uno dei suoi principali partner energetici e una delle rotte dalle quali dipende maggiormente. Ma ha contemporaneamente permesso alla Cina di dimostrare di essere molto più resiliente di quanto la sua dipendenza dalle importazioni avrebbe potuto far pensare.

E soprattutto ha rafforzato una narrativa internazionale molto utile: la Cina come potenza interessata alla stabilità dei commerci e dei prezzi, contrapposta a un'America sempre più identificata con l'instabilità militare.

È un successo di percezione, non ancora un cambio di egemonia.

Lo dimostra il caso del petroyuan.

La guerra ha aumentato l'utilizzo internazionale del renminbi e del sistema cinese CIPS. Ma il salto sistemico non è avvenuto: le stime disponibili continuano ad attribuire allo yuan soltanto una quota minoritaria del commercio petrolifero mondiale, mentre il dollaro rimane largamente dominante.

Il motivo è strutturale. Il potere del petrodollaro non deriva soltanto dalla valuta utilizzata per comprare un barile, ma dalla profondità dei mercati finanziari nei quali quei dollari possono essere reinvestiti. I controlli sui capitali e la minore apertura finanziaria cinese continuano a impedire allo yuan di svolgere la stessa funzione.

La Cina ha quindi dimostrato di poter influenzare materialmente il mercato petrolifero.

Non ha ancora dimostrato di poter sostituire l'architettura monetaria americana.

Il vero significato di Hormuz

È probabilmente questa la lezione più importante.

Da anni gli apparati americani studiano le vulnerabilità cinesi: surplus commerciale, dipendenza energetica, Hormuz, Malacca, Taiwan.

Da anni gli apparati cinesi costruiscono le rispettive contromisure: diversificazione delle esportazioni, grandi riserve petrolifere, elettrificazione, infrastrutture alternative e progressiva internazionalizzazione dello yuan.

Prima i dazi e poi la guerra in Iran hanno involontariamente testato una parte di questa architettura.

Finora Pechino ha dimostrato di reggere.

Questo non significa che la Cina abbia vinto. Rimane vulnerabile alle rotte marittime, dipendente dal commercio mondiale e priva di una moneta capace di sostituire il dollaro.

Ma se uno degli effetti strategici auspicati dall'operazione iraniana era replicare quanto avvenuto in Venezuela, sottraendo alla Cina un'altra fonte energetica e aumentandone la pressione interna, il risultato rischia di essere stato opposto.

Washington ha aperto una guerra costosa. Pechino ha ottenuto uno stress test gratuito della propria economia e, contemporaneamente, l'opportunità di presentarsi come potenza stabilizzatrice.

In vista del confronto che entrambi gli Stati considerano veramente decisivo, non è un dettaglio.

L'Italia nel mondo multipolare

La lezione finale riguarda direttamente noi.

La guerra in Iran e la risposta cinese mostrano che il sistema internazionale sta diventando sempre più multipolare: gli Stati Uniti restano la principale potenza militare e finanziaria, ma Cina, India, monarchie del Golfo e altre potenze regionali possiedono ormai strumenti sufficienti per condizionare commerci, energia e sicurezza globale.

Per l'Italia questo cambiamento non deve essere letto come un invito all'equidistanza o alla sostituzione di un'alleanza con un'altra. Significa, piuttosto, tornare a definire con chiarezza un interesse nazionale dentro le alleanze di cui facciamo parte.

Il problema italiano è che troppo spesso arriviamo agli eventi quando sono già accaduti: reagiamo alle crisi energetiche, alle guerre, alle tensioni commerciali e ai cambiamenti nelle catene produttive dopo che altri attori hanno già deciso la direzione degli eventi.

In un mondo più frammentato questo atteggiamento diventa sempre più costoso.

Capire la strategia cinese, quella americana o quella delle potenze del Golfo non significa necessariamente condividerla. Significa comprendere quali interessi muovono gli altri attori per evitare che le loro decisioni ricadano sull'Italia senza che il Paese abbia preparato una risposta.

È questa la prospettiva che Il Risveglio d'Italia considera necessaria: non scegliere passivamente quale potenza seguire, ma recuperare capacità di analisi, politica industriale, sicurezza energetica e iniziativa diplomatica.

Il multipolarismo non garantisce automaticamente maggiore autonomia. Offre però più spazi di manovra a chi possiede una strategia.

L'Italia deve imparare a leggere questo nuovo ordine prima che siano gli altri a decidere quale posto dovrà occuparvi.

Fonti essenziali

International Energy Agency, decisione sul rilascio record di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche, marzo 2026.

Reuters, dati e analisi sulla drastica riduzione delle importazioni petrolifere cinesi durante la guerra e sul ruolo di Pechino nel riequilibrio del mercato asiatico.

Reuters, dati sul surplus commerciale record della Cina nel 2025 e sulla diversificazione delle esportazioni dopo i dazi statunitensi.

Financial Times, analisi sui costi militari americani e sul mancato raggiungimento di una vittoria strategica decisiva in Iran.

Financial Times, analisi sulla crescita dello yuan nel commercio energetico e sui limiti strutturali del petroyuan rispetto al dollaro.

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